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mercoledì 10 aprile 2019

Le voci delle donne


In questi giorni ho letto il libro "Le voci delle donne" di Francesca A. Vanni e Ofelia Deville,  Editore  StreetLib.

Un libro crudo e talmente veritiero che confesso senza vergogna che ho pianto parecchie volte.
Il libro racconta violenze su donne, donne sfigurate dall'acido, donne bruciate vive, donne sgozzate perché lesbiche, donne messe in un sacco di immondizia e gettate in un fiume, violenze quotidiane anche solo per un bicchiere di vino rovesciato, per un pollo che non piace, davanti a bambini ignari che non capiscono...
Il libro termina con una speranza, anche di nome*. La speranza che tutte le donne hanno affinché tutta questa brutalità abbia termine. Eppure ci sono donne che sperano solo di morire per ritrovare la loro dignità e la propria libertà.

*[...]Una scintillante aura di luce risplendeva attorno alla sua figura, donandole un che di divino.
-Sei un angelo?- chiese perplessa.
-Sono Speranza, l’angelo che protegge le donne maltrattate, abusate, tormentate e violentate.- -Perché, se sei chi dici di essere, non sei mai venuta in mio soccorso ogni volta che supplicavo e pregavo il cielo di farlo smettere?-
-Mi dispiace, Sara: ho sempre cercato di fare del mio meglio, siete così tante e vorrei salvarvi tutte ma non sempre ci riesco.[...]

sabato 30 marzo 2019

La lucina

Oggi mi voglio destreggiare nel fare la mia prima recensione. Non so bene cosa ne uscirà, spero qualcosa di positivo. Se così non fosse, perdonatemi e ditemi dove e in che cosa ho sbagliato. Accetto critiche purchè costruttive.

Antonio Moresco – La Lucina – Libellule Mondadori anno 2013
Antonio Moresco è nato nel 1947 a Mantova, ha scritto parecchi libri tra cui appunto La Lucina e L’Addio. che io ho letto entrambi.
E’ il fondatore del blog Nazione Indiana con Dario Voltolini da cui si è allontanato per creare una rivista di nome Il primo amore, sempre con Dario Voltolini
Sono le uniche informazioni che conosco di lui, per maggior dettagli è meglio consultare Wikipedia.  ;-)

Il primo capitolo :
Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante.
Il sole è appena scomparso dietro il crinale, la luce si sta spegnando. In questo momento sono seduto a pochi metri dalla mia piccola casa, di fronte ad uno strapiombo vegetale. Guardo il mondo che sta per essere inghiottito dal buio. Il mio corpo è immobile su una seggiola di ferro dalle gambe che sprofondano sempre più nel terreno, eppure ogni tanto mi manca il fiato, come se stessi precipitando su un’altalena dalle fissate in qualche punto infinitamente lontano dell’universo.

Il cielo è attraversato dalle ultime rondini che volano qua e là come frecce.  Rasentano la mia testa, piombando a capofitto su vaste sfere di insetti sospesi tra cielo e terra, sento il vento delle loro ali contro le tempie, vedo distintamente di fronte a me il corpo nero di qualche insetto più carenato e più grande mentre viene inghiottito da una rondine che lo inseguiva col becco spalancato, lanciando grida. Il silenzio è tale che riesco persino a sentire il clangore del suo corpo che continua a soffrire stritolato e smembrato dentro il corpo dell’altro animale mentre risale inebriato nel cielo.

Resto ancora per molto seduto qui. La luce a poco a poco scompare, tutto questo mondo vegetale diventa sempre più buio di fronte ai miei occhi, si incominciano a levare da ogni parte i versi degli animali notturni, invisibili dentro il nero fogliame.

Non un segno di vita umana.

Solo, quando il buio diventa ancora più fitto e si cominciano ad accendere le prime stelle, dall’altra parte di questa stretta gola a strapiombo, su un tratto più pianeggiante del crinale di fronte, incavato in mezzo ai boschi come una sella, ogni notte, ogni notte, sempre alla stessa ora, si accende improvvisamente una lucina.

Che lucina sarà? Chi l’accenderà?

giovedì 21 marzo 2019

Poteri



Il terzo potere è quello della presenza mentale. La presenza mentale, o consapevolezza, è l’energia che ci rende consapevoli di ciò che accade nel momento presente, quando abbiamo questa energia siamo pienamente presenti, pienamente vivi, viviamo a fondo ogni attimo della vita quotidiana, Che tu stia cucinando, mangiando, lavando per te è il momento di generare l’energia della consapevolezza. […] Dimorando nel momento presente, non più trascinati dai nostri rimpianti per il passato o dalle preoccupazioni per il futuro, entriamo in contatto con le meraviglie della vita, e allora ogni passo che facciamo alimenta la nostra felicità. Se siamo poi consapevoli non ci tocca poi rimpiangere il modo in cui abbiamo vissuto: la consapevolezza ci aiuta a cogliere la presenza delle persone care e a restare in contatto con loro; è l’energia che ci permette di tornare a noi stessi, di essere vivi e davvero felici.

La consapevolezza genera il quarto potere, quello della concentrazione. Quando bevi il tè, bevi il tè e basta. Goditi il tè che stai bevendo: per favore, non bere la tua sofferenza, la tua disperazione, i tuoi progetti. Questo è molto importante, altrimenti non riesci a nutrirti. […] la concentrazione ci può aiutare a osservare a fondo la natura della realtà, facendoci raggiungere quel tipo di visione profonda che è in grado di liberarci dalla sofferenza. Ci sono tanti generi di concentrazione che possiamo coltivare. La concentrazione sull’impermanenza ci rende consapevoli che ogni cosa è in costante cambiamento…

La scintilla del risveglio (Lo zen e l’arte del potere) – Thich Nhat Hanh – Oscar Mondadori

Mia riflessione.
Leggendo le ultime righe, mi sono accorta che, in alcune cose svolte nella mia quotidianità, non metto la dovuta concentrazione. Banalmente potrei portare l'esempio del caffè del mattino. Quanti di noi lo preparano con consapevolezza? Un pò perchè assonnati, un pò perchè è un'abitudine, il tutto si svolge in modo direi automatico. Almeno io...

giovedì 14 marzo 2019

Poteri


Nel buddismo si parla di cinque poteri, cinque tipi di energia: fede, diligenza, consapevolezza, concentrazione e visione profonda. […]

La prima fonte di energia è la fede. Quando si ha dentro l’energia della fede si è forte. La parola fede può essere tradotta meglio con fiducia, affidamento.[…]
Fede significa avere un sentiero che conduce alla libertà, alla liberazione e alla trasformazione delle afflizioni: se avete visto il sentiero, se avete un sentiero da percorrere, avete un certo potere […]
Quel potere non ti distrugge, né distrugge le persone che hai intorno, al contrario, ti dà forza ed energia, egli altri se ne accorgono. Quando si ha fede. Gli occhi diventano brillanti e i passi fiduciosi: quello è il potere. Puoi generare questo tipo di potere in ogni momento della tua vita quotidiana, e ti renderà felice.

Il secondo genere di potere è la diligenza. Se sei capace di tornare al tuo “io” migliore e più alto, devi poi sostenere questa pratica nel tempo. Non permetterti di essere distratto e di dimenticare di praticare. Pratica regolarmente, tutti i giorni, con il sostegno della sua famiglia, degli amici e della comunità: questa è la diligenza. Se pratichi ogni giorno la meditazione seduta, la meditazione camminata e la consapevolezza del respiro, se ogni giorno mangi in consapevolezza, la tua pratica verrà alimentata di continuo, con costanza, questa è la seconda fonte di potere. Sei capace di praticare la presenza mentale, ma la tua motivazione non deve essere dimostrare di esserne capace: il punto è praticare per il proprio benessere e per il proprio piacere. Pratichi e basta, e lo fai tutti i giorni.

La scintilla del risveglio (Lo zen e l’arte del potere) – Thich Nhat Hanh – Oscar Mondadori

venerdì 8 marzo 2019

Giovanni XXIII

Nel 1959 Giovanni XXIII si rivolse, per radio, ai capi delle nazioni dei due emisferi, dicendo:
"Che cosa vi chiedono i vostri popoli? Di che cosa vi supplicano? Non chiedono quei mostruosi ordigni bellici, scoperti nel nostro tempo, che possono causare stragi fratricide e universale eccidio, ma la pace, quella in virtù della quale l'umana famiglia può liberamente vivere, fiorire e prosperare; vogliono giustizia, che finalmente componga i reciproci diritti e doveri delle classi in equa soluzione; chiedono, finalmente, tranquillità e concordia, dalle quali soltanto può sorgere una era prosperità!
Nella pace, infatti, purché sia fondata sui legittimi diritti di ciascuno e alimentata dalla carità fraterna, si sviluppano le arti e la cultura, le energie di tutti si uniscono in operose virtù, crescono le ricchezze pubbliche e private".

martedì 5 marzo 2019

L'amore nel Medioevo

[…] I romans d’aventure del XIII secolo erano evidentemente scritti per compiacere un pubblico femminile, così come le chansons des gestes erano scritte per compiacere un pubblico maschile.
L’amore cortese, così come era concepito in questa società, aveva alcune caratteristiche ben individuate. Innanzitutto lo si considerava impossibile tra marito e moglie. “Il matrimonio non è una scusa per non amare” è la prima delle regole dell’amore, esso era basato sul convincimento che l’affetto che lega le persone sposate non ha niente in comune con il sentimento d’amore, che può, e persino, talora, deve, essere cercato fuori dal matrimonio.
Peraltro è sufficiente rifarsi alle condizioni che presiedevano i matrimoni feudali per spiegare questo dogma che può suonare addirittura perverso alle orecchie moderne. Era nell’essenza dell’amore cortese l’essere una cosa liberamente cercata e liberamente data: non poteva essere cercato nel matrimonio feudale che, tanto spesso, era solo un accordo tra genitori che legavano tra loro i propri figli nell’interesse della terra. I feudi si sposavano: uomini e donne amavano. La donna adorata era sempre una moglie, ma spesso la moglie di un altro: era una delle regole del gioco.
Questa particolare concezione dell’amore aveva un’altra caratteristica. In esso la donna aveva una posizione di superiorità nei confronti dell’amante, altrettanto incontestata quanto la posizione di inferiorità della moglie nei confronti del marito. L’amore era, per così dire, feudalizzato: l’amante serviva la sua donna con l’umiltà con cui il vassallo serviva il suo signore.
Doveva mantenere segreta agli occhi del mondo la sua identità. Nascondendola sotto nomi fittizi quando la celebrava nelle sue canzoni. Non solo doveva comportarsi con estrema umiltà davanti a lei, dimostrando un’infinita pazienza nelle prove a cui i suoi capricci e i suoi sdegni potevano (secondo ogni regola) sottoporlo, ma doveva anche far di tutto, sempre, per essere degno di lei, coltivando tutte le virtù cavalleresche […]
Eileen Power - Donne del medioevo - Jaca Book

sabato 2 marzo 2019

Un Vescovo

Prima di diventare patriarca di San Marco, Giuseppe Sarto (Papa Pio X dal !903-1914) fu, per diversi anni, vescovo di Mantova. Un giorno ricevette la visita di una nobildonna, notoriamente ricchissima, interessata alla sorte di un certo parroco. Nel baciare l'anello episcopale del monsignore, la dama si accorse che, per quanto vistoso, era solo una cianfrusaglia da pochi soldi. Riuscì a dissimulare la meraviglia, ma in cuor suo si ripromise di provvedere al più presto. infatti, dopo alcuni giorni, tornò dal vescovo e gli portò in dono un magnifico anello, nel quale aveva fatto incastonare un grosso e purissimo rubino.
Giuseppe Sarto, in un primo momento, respinse cortesemente la preziosa offerta, ma poi, siccome la signora insisteva con fermezza, accettò il gioiello.

sabato 23 febbraio 2019

Il lavoro nel Medioevo

[…] E’ possibile che un gran numero di donne fossero occupate in quello stesso lavoro che fino alla prima guerra mondiale ha fornito l’occupazione principale alle donne, soprattutto a quelle non sposate, cioè il servizio domestico. Inoltre è senz’altro vero, che le donne nel medioevo erano spesso lavoratrici domestiche gratuite, cioè che non guadagnavano uno stipendio. I casi di donne moglie e figlie, che collaboravano con l’uomo erano senz’altro più frequenti dei casi di donne che portavano avanti un’occupazione indipendente. […]
Il fatto che le donne fossero abituate a collaborare con i mariti nell’attività artigiana è probabilmente la ragione per cui, nel tardo medioevo, si trovano un gran numero di vedove che continuano l’attività del marito defunto. Spesso anche i mariti si aspettavano che, alla loro morte, le vedove continuassero i loro commerci: è frequente, infatti, trovare testamenti di uomini che hanno disposto affinché gli apprendisti continuino a lavorare con le loro mogli, una volta loro defunti, o che lasciano alle mogli gli attrezzi del loro mestiere.
Gli affari che le vedove continuavano in questo modo andavano dai commerci su vasta scala, condotti anche per mare e con contatti con la corona, al piccolo artigianato. Per condurre affari di vasta importanza occorreva un non piccolo bagaglio di conoscenza e di abilità, e le vedove che se ne occupavano dovevano essere persone competenti, assai abili a destreggiarsi anche nelle complicazioni dei commerci con l’estero.[…]

martedì 19 febbraio 2019

Presente e futuro


In Occidente c’è una forte motivazione al successo. La gente sa cosa vuole e va diritto al suo scopo. Può essere utile, ma nel frattempo, il piacere di vivere va perduto. C’è un termine buddista che si può tradurre con “senza desiderio” o “senza scopo”. Significa non porsi alcuna meta da raggiungere, perché dentro di sé c’è già tutto. Quando facciamo la meditazione camminata, non ci proponiamo di arrivare da nessuna parte. Ci limitiamo a fare passi sereni, lieti. Se pensiamo continuamente al futuro, agli obiettivi da raggiungere, perdiamo i nostri passi. Lo stesso vale per la meditazione seduta. Ci sediamo per goderci la seduta, non per ottenere qualcosa. E’ un punto molto importante. Ogni istante di meditazione ci restituisce alla vita, perciò quando ci sediamo dovremmo gustare la nostra seduta dal principio alla fine. Spesso ci diciamo: ”Non restare a guardare, agisci” Ma praticando la consapevolezza facciamo una scoperta insolita. Scopriamo che può essere più utile l’opposto: “Non agire soltanto, guarda”.
Per vedere chiaramente dobbiamo imparare a fermarci. Sulle prime, “fermarsi” può sembrare una forma di resistenza alla vita moderna, ma non lo è. Non è una semplice reazione, è un modo di vivere. La sopravvivenza del genere umano dipende dalla nostra capacità di smettere di correre. Abbiamo più di cinquanta mila bombe nucleari, eppure non riusciamo a smettere di produrne altre. “Fermarsi” non implica solo arrestare il male, ma anche favorire il bene, la guarigione.

sabato 16 febbraio 2019

La libertà

La conquista della libertà è la più nobile affermazione umana e costa sangue, sofferenze, sacrificio, anche la vita, tanto la posta è alta, decisiva, sacra. Chi pecca contro la libertà, conculcandola, negandola agli individui e ai popoli, reca grave offesa all’umanità e sconvolge non solo l’ordine civile, ma lo stesso ordine umano.
La libertà bisogna meritarla, esserne degni comprenderla fino ad accettarne l’intima disciplina.
Essere liberi significa invero intendere la giustizia e considerare liberi anche gli altri; vivere in armonia, in collaborazione, nel clima di reciproca stima e nel pieno rispetto dei propri e degli altrui diritti, rinunciare all’egoismo nella sua forma deteriore, all’odio, all’orgoglio blasfemo, di popolo e di razza, alla violenza, ai nazionalismi esasperati, alle ideologie oppressive, a quanto costituisce insulto alla coscienza individuale e collettiva. Vuol dire essere uomini, e non si è davvero uomini se non si è liberi.
Il valore ideale del Risorgimento è tutto qui: nella rivendicazione della libertà. Per questo è sempre attuale e continua, nella storia e nel tempo, tutte le volte che gli uomini vengono meno alla loro dignità, la sua purificante azione di riscossa, di ammonimento, di amore.
Da Due Risorgimenti 1796-1947 a cura di Luciano Pasqualini e Mario Saccenti

lunedì 11 febbraio 2019

Pausa vita


Càpita nella pausa-vita imposta dalla malattia che si ripensi il proprio vissuto nelle temperie suggerita dalla stessa pausa. Càpita così che nell’affresco, certi tratti bui vengano schiariti, momenti di luce impallidiscano, qualche tessera del puzzle che non voleva saperne di andare a posto si trovi perfettamente incasellata nell’insieme.
Forse è per questo che i testi religiosi parlano della sacralità del dolore. Il male come anticamera del pentimento e pedaggio per la trasferta.
A me non pare così, e non piace. Mi presuppone un Dio iroso, e vendicativo o almeno un Dio burocrate e ragioniere che mi costringe a stilare il modulo 740 della tassa per l’eternità.
Càpita – Gina Lagorio

venerdì 1 febbraio 2019

La rabbia


La rabbia è un sentimento spiacevole. E’ come una vampata che consuma il nostro autocontrollo e ci fa dire e fare cose di cui poi ci pentiamo. Una persona arrabbiata vive l’inferno. Lo si vede chiaramente.
L’inferno è fatto di rabbia e di odio. Una mente senza rabbia è fresca, serena ed equilibrata. L’assenza di rabbia è il fondamento della felicità autentica, il fondamento dell’amore e della compassione. Possiamo invocare la consapevolezza per fare da compagne alla rabbia. La consapevolezza non reprime la rabbia, non la caccia via. Si limita prendersene cura. E’ un principio molto importante.
La consapevolezza non è un giudice.
Somiglia piuttosto a una sorella maggiore che custodisce e conforta la sorellina con affetto e sollecitudine.

giovedì 31 gennaio 2019

Dio ride

Sono un bel ragazzo? Boh, ho i miei dubbi; anche se molti goiim hanno un naso semitico più accentuato del mio. In un tempo molto lontano, anzi vicinissimo, avere un naso troppo curco è stato considerato un crimine contro lo stato. Ecco perchè mi viene da
 confrontare il mio naso con quello dei cristiani. Non è un complesso ebraico. E' che gli altri non ci fanno mai dimenticare che siamo ebrei. E per questo dobbiamo distinguerci o per la nostra supposta inferiorità o per altrettanto supposta superiorità. Ieri eravamo trattati come nemici in casa, esecrabili strozzini, oggi per molti siamo intelligenti, inventori e innovatori in ogni campo, dall'arte alla filosofia alla musica, alle scienze.  E il pregiudizio  antisemitico ha finito paradossalmente per contagiare noi stessi. Ci sono ebrei che vogliono apparire supergenerosi perchè non si dica di loro che "sono ebrei"  e ce ne sono altri avarissimi proprio perchè "sono ebrei". Il punto di vista dei goiim è diventato la nostra ossessione, e con essa si affaccia l'eterna domanda: un simile odio nasce dall'invidia per la nostra intelligenza e creatività o questa è soltanto una nostra pia illusione? Personalmente non mi sento ebreo, ma anche tante altre cose. E non mi dispiacerebbe che nel valutare la mia modesta persona si riuscisse a prescindere dal fatto che io sia o no israelita.

lunedì 28 gennaio 2019

Cosa c'è che non va?


Spesso ci chiediamo: “Cosa c’è che non va?”
Così facendo facciamo venire a galla semi dolorosi di angoscia. Proviamo dolore, rabbia e depressione e produciamo alcuni semi della medesima natura. Saremmo molto più felici se cercassimo di restare in contatto con i semi buoni e gioiosi che sono in noi e attorno a noi.
Dovremmo imparare a chiederci: “Cosa c’è che non va bene?” e restare in contatto con questo. Ci sono tante cose, nel mondo esterno e in quello del corpo, delle sensazioni, delle percezioni e della coscienza, che sono sane, rigeneranti e benefiche. Se ci fissiamo, se ci confiniamo nella prigione del nostro dolore, perderemo di vista questi fattori benefici.
La vita è piena di meraviglie: il cielo azzurro, la luce del sole, gli occhi di un bimbo.
Il respiro, ad esempio, può essere molto gradevole. Io mi godo il respiro tutti i giorni. Molti però apprezzano la gioia di respirare solo quando c’è l’asma o il naso è intasato. Non c’è bisogno di aspettare l’asma per gustare il respiro.
Essere consapevoli di questi preziosi fattori di felicità è già pratica della retta presenza mentale. Fattori di questo genere sono dentro di noi e tutt’intorno a noi. Possiamo goderne in qualsiasi momento della vita. Allora i semi della pace, della gioia e della felicità si insedieranno dentro di noi e diventeranno forti.
Il segreto della felicità è la felicità.
In ogni luogo, in ogni momento ci è dato di godere del sole, della reciproca presenza, del miracolo del respiro. Non c’è bisogno di andare lontano. Possiamo essere in contatto con tutto questo proprio adesso.
La pace è ad ogni passo di Thich Nhat Hanh

mercoledì 23 gennaio 2019

La speranza


La speranza è importante perché può rendere il presente meno gravoso. Credere che il domani andrà meglio, aiuta a sopportare il fardello di oggi. Ma questo è il massimo che ch la speranza può far per noi: alleggerire il nostro fardello. Riflettendo sulla natura della speranza, mi appare chiaro il suo risvolto tragico. Aggrappandoci alle nostre speranze, non concentriamo le energie e le capacità sul movimento presente. La speranza ci serve a credere che il futuro sarà migliore, che troveremo la pace, o il Regno dei Cieli. La speranza diventa un ostacolo. Se riuscite a non sperare, vi calate completamente nel presente e scoprite la gioia che è già qui. L’illuminazione, la pace e la gioia non arrivano dall’esterno. La sorgente è dentro di noi, e se scaviamo in profondità nel presente l’acqua zampillerà Per essere vivi dobbiamo tornare al momento presente. La cultura occidentale dà tanto valore alla speranza da farci sacrificare il presente. La speranza riguarda il futuro. Non può aiutarci a scoprire la gioia, la pace e l’illuminazione nel presente. Non dico che non bisogna sperare, ma che la speranza non basta. La speranza può esservi d’ostacolo, e se, indulgete all’energia della speranza non saprete riportarvi fino in fondo all’attimo presente. Se rincanalate questa energia nell’essere consapevoli di ciò che accade nell’attimo presente, troverete una via d’uscita e scoprirete la gioia e la pace proprio in quell’attimo dentro di voi e in tutto ciò che vi circonda.

La pace è ogni passo di Thich Nath Hanh

venerdì 11 gennaio 2019

Rivoluzione


La malattia di cui oggi soffre gran parte dell’umanità è inafferrabile, non definibile. Tutti si sentono più o meno tristi, sfruttati, depressi, ma non hanno un obbiettivo contro cui riversare la propria rabbia o a cui rivolgere la propria speranza. Un tempo il potere da cui uno si sentiva oppresso aveva sedi, simboli, e la rivolta si dirigeva contro quelli. […] Ma oggi? Dov’è il centro del potere che immiserisce le nostre vite? Bisogna forse accettare una volta per tutte che quel centro è dentro di noi e che solo una grande rivoluzione interiore può cambiare le cose, visto che tutte le rivoluzioni fatte fuori non han cambiato granché. 
Da Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani

domenica 25 novembre 2018

25 novembre

Chi come me ha vissuto un amore disturbante e distruttivo conosce già il dolore, quello profondo, lacerante e paralizzante.
Oggi mi sento abbastanza pronta per provare a dare un contributo costruttivo e comunicare la speranza che da quel dolore si può uscire, si può, a poco a poco, guarire la ferita.
Sicuramente il primo passo per la guarigione è capire, cosa ci sta succedendo e con chi si ha a che fare. E questo è possibile solo con la terapia. Capire con chi si ha a che fare è infinitamente triste, lo so, ma è comunque il primo passo.